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Gabriele Sannino
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Le aziende italiane sono ormai all'asta



La crisi del debito, come si sa, morde gli Stati, i quali devono tassare sempre piu' aziende e cittadini per recuperare i soldi destinati al pagamento del debito e della spesa sociale.
Le aziende nostrane sono oberate, dunque, non solo da una tassazione tra le piu' alte del pianeta - siamo oltre il 43% del Pil - ma scontano anche problemi atavici come la lentezza della giustizia e la rigidita' della burocrazia.
Cosa fare quindi per risollevarsi?
Ci sono diversi modi, in realta': quelle che se lo possono permettere delocalizzano all'estero, in particolare nei paesi dove la manodopera e' a piu' a basso costo - un gioco a chi schiavizza di piu', in sostanza - mentre le aziende che restano aprono ai capitali stranieri per poter sopravvivere.
I fattori che rendono in questo momento le aziende italiane appetibili sono sostanzialmente due: in primis, il deprezzamento dell'Euro rispetto allo yen (- 19%) , dello Yuan cinese (-15%) e del dollaro (-9%), seguito da un sistema creditizio ormai quasi del tutto paralizzato.
Le banche italiane infatti - come del resto quelle europee e americane - sono talmente piene di crediti che non prestano piu'. Sono sature!
Tra i 2009 e il 2010, sono arrivati in Italia circa seicento milioni di capitali esteri, e nel 2011 la cifra si e' ottuplicata, toccando la modica somma di 4,9 miliardi di euro!
Per i cinesi, in particolare, l'Italia e' un ottimo affare in quanto ci sono molti marchi di qualita' in crisi, marchi che producono ottimi prodotti in settori molto spesso di nicchia.
Per esempio l'azienda Ferretti, leader nella costruzione di Yacht, e' stata rilevata per il 75% da Shandong Heavy Industry Group of China.
Il marchio coccinelle, invece, leader nel settore delle borse, e' stato acquisito dal marchio sudcoreano Eland Word.
L'azienda Gancia, leader nel settore dei vini e dei liquori, ha venduto nel dicembre 2011 il 70% delle sue quote alla Russian Standard Corporation, alias un gruppo moscovita specializzato nei cocktail a base di rum.
Davanti a queste fusioni e acquisizioni non ci si puo' non chiedere una cosa: la riforma del lavoro della quale tanto si e' parlato e si parla... e' fatta a misura di queste nuove imprese e del loro mercato del lavoro?
Voglio dire: visto il sistema selvaggio della globalizzazione che i "potenti" hanno deciso di adottare, dobbiamo renderci davvero tutti schiavi - perdendo molti se non tutti i nostri diritti - per la sopravvivenza di questo marciume economico?
Ormai il lavoro e' una merce costante verso il ribasso, e chi vince i pochi appalti rimasti vuole pagare il lavoro sempre meno, ogni giorno di piu'.
La visita di Monti in Oriente per allettare le imprese si puo' inserire proprio in questo meccanismo di pensiero e azione: lo slogan, a mio avviso, potrebbe tranquillamente essere "investite pure in Italia, tanto anche qui avrete lavoratori senza diritti, proprio come da voi in Cina".
Qualcuno potra' darmi del catastrofico, ma questo perverso sistema globalizzato cui stiamo assistendo tende solo ed esclusivamente ad una cosa: la schiavitu' dei lavoratori.
Vedrete, accadra', un giorno avremo poche imprese "globalizzate" che vendono a pochi ricchi... e milioni se non miliardi di lavoratori che vivranno in vere e proprie baraccopoli.


Fonte dati: Internazionale




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