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Gabriele Sannino
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C'era una volta il TFR



Nell'epoca della globalizzazione, della moneta-debito e della flessibilita', il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) rappresenta una delle poche certezze rimaste al lavoratore dopo una vita di lavoro.
Sembrano sempre piu' lontani i tempi in cui si aveva la "buona uscita" o la "liquidazione", e con quella somma - simile a un improvviso pozzo di San Patrizio - si sistemavano i figli, si compravano case oppure si facevano piccoli e grandi investimenti diversificati.
Oggi, con la "crisi" di liquidita' che abbiamo (la moneta e' nelle mani degli stranieri ed e' dosata fino all'ultimo millilitro, anche se in realta' e' carta straccia stampata dal nulla) ecco che siamo arrivati a un punto tale che i nonni mantengono i figli e i nipoti, che nel primo caso hanno perso il lavoro mentre nel secondo non ce l'hanno mai avuto.
Ma dato che la guerra e' guerra, per giustificare lo status-quo (il permanere della globalizzazione che fa rima con concentrazione - aziendale e mondiale - nonche' la moneta-debito "straniera") ecco che si arriva a raschiare il barile, ovvero a trovare qualunque escamotage per ridurre i diritti ai lavoratori e nel contempo recuperare un po' di liquidita', dato che tutta la moneta in circolazione e' un debito da restituire con interessi.
Ma non solo, dato che ne' i banchieri ne' i politici (loro maggiordomi) sanno che non si deve uscire da quest'impasse (che loro stessi hanno creato) occorre, prima che la gente capisca la truffa, trovare mille e piu' modi per mettere un po' di finta liquidita' in circolazione, con la speranza illusoria (per noi, ovvio) che la crescita possa ripartire (loro sanno bene che e' impossibile, prendono solo tempo per concentrare il potere attraverso la "crisi" che porta alle cosiddette "riforme").
Ma torniamo al TFR. Pochi sanno, ma il Trattamento di Fine Rapporto ha quasi un secolo di vita: esso venne istituito infatti nel 1919 da Mussolini, sottoforma di bonus di fedelta' per gli impiegati pubblici (gli operai non lo meritavano) il cui scopo era creare un tesoretto per il lavoratore che cosi', a fine attivita' (dopo aver servito il regime) poteva invecchiare con tranquillita'.
Solo nel 1942 il TFR venne inserito nel Codice Civile e nei contratti di lavoro, mentre nel '66 venne esteso a tutti i lavoratori.
Anche gli scatti di anzianita' risalgono alla contrattazione corporativa durante il regime fascista: insomma Mussolini sara' stato anche un Dittatore (e lo era, per carita'!) ma dato che in Italia c'era una piena sovranita' monetaria (la moneta era "in casa" ed era soprattutto pubblica, non nasceva cioe' come debito) ecco che si potevano fare molte, moltissime cose a FAVORE dei cittadini.
A questo punto c'e' da chiedersi: come funziona oggi esattamente questo Trattamento di Fine Rapporto?
La quota di TFR annuale oggi si calcola dividendo la retribuzione lorda per 13,5 e sottraendo la quota dell'INPS che e' lo 0,5%.
In pratica, un lavoratore che prende 30.000 euro lordi l'anno matura una quota di TFR che e' di 2.222 euro, (30.000/13,5) i quali, sottratti allo 0,5% dell'INPS (30.000 0,5% = 150) ammontano a circa 2.072 euro.
Questi soldi accantonati vengono rivalutati - ovvero capitalizzati - in base all'indice ISTAT del costo della vita.
Il TFR puo' essere conservato sia dall'impresa (un tesoretto che evita in genere agli imprenditori di indebitarsi ulteriormente con le banche) oppure versato alla previdenza complementare per volonta' del lavoratore, il quale, ancora, potra' chiedere l'anticipo dello stesso in varie tranche, magari per spese mediche oppure per l'acquisto della prima casa, e comunque nei casi contemplati dalla legge.
Se e quando il TFR verra' corrisposto mensilmente o annualmente in busta paga (si parla in quest'ultimo caso di una doppia mensilita' in febbraio) c'e' da giurare che la tassazione sara' molto piu' elevata rispetto all'attuale regime fiscale del TFR, e questo perche', se lo Stato fa tutto questo, e' proprio perche' e' alla frutta e gli "servono i soldi" per pagare il pizzo alla finanza.
C'e' il rischio concreto, dunque, che, visti i tempi bui, il TFR venga letteralmente mangiato dalle tasse, e che gli italiani perdano un altro diritto acquisito proprio come e' gia' successo con la riforma delle pensioni (che le ha centellinate, assottigliate e posticipate) e con l'abolizione dell'art 18.
Per non parlare del fatto che le piccole e medie imprese potrebbero non farcela a sostenere un'altra mazzata del genere (la tassazione per le PMI in Italia e' gia' spaventosa, siamo al 60% e piu'!) dunque la corresponsione del TFR potrebbe essere il vero colpo di grazia.
Matteo Renzi e il suo entourage di camerieri di sala ha fatto comunque sapere che non saranno le aziende a corrispondere questo TFR ma bensi' gli istituti di credito, il tutto attraverso un fondo ad hoc che sara' gestito insieme alla Cassa Depositi e Prestiti, e che potrebbe - attenzione alle parole! - essere collocato sui mercati finanziari o usufruire delle - infinite - risorse della BCE.
Tradotto... ci pagheremo pure gli interessi!
Dunque, se fosse cosi', lo Stato si indebitera' ancora di piu' col mondo finanziario, con la conseguenza che ci saranno nuovi e ulteriori balzelli diretti e indiretti per ovviare.
Oggi il TFR e' tra gli investimenti piu' sicuri per il cittadino: non si lega ai mercati, si capitalizza con il tempo ed e' garantito sia dall'azienda che dall'INPS (dunque in un certo senso dallo Stato stesso).
Togliere anche questo diritto, nell'epoca della flessibilita', e' cosa buona e giusta solo per i banchieri e per i loro compari.

Fonte immagini: Google.



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