sito ufficiale
Gabriele Sannino
BIOGRAFIA LIBRI ORDINA IL TUO LIBRO VIDEO ARTICOLI EVENTI FOTO CONTATTI
STAMPA
Il declino delle multinazionali



Quest'articolo ai piu' potrebbe sembrare paradossale visto che le multinazionali oggi imperano - anzi imperversano - in tutto il mondo globalizzato, e visto che alcune - soprattutto quelle digitali - come Google e Facebook raccolgono da sole ormai l'85% di tutta la pubblicita' on line mondiale.
L'azienda di Zuckerberg, per esempio, con i suoi 1,9 miliardi di utenti, ha chiuso il 2016 con un utile netto di 10,2 miliardi di dollari, e il 97% di questi guadagni proviene proprio dalla pubblicita'.
Facebook, solo in Italia, raccoglie 28 milioni di utenti attivi, una cifra sbalorditiva se consideriamo che tutti i quotidiani messi insieme vendono quotidianamente quasi 3 milioni di copie.
Eppure - escludendo queste felici eccezioni - le multinazionali cominciano a essere un po' tutte in difficolta', nonostante i loro speciali prestiti da parte della finanza internazionale... che si serve di loro proprio per impoverire le economie nazionali desertificandole dall'interno.
Il punto e' che sta cambiando la coscienza dei cittadini: grazie alla rete e a una crescente neo-consapevolezza, infatti, Mc Donald's per esempio comincia a guadagnare di meno un po' dappertutto; ecco spiegate pubblicita' - come di recente si vedono anche in Italia - di mamme che consigliano ai figli di mangiare perfino "sano"... e questi si recano nella paninoteca universale (e artificiale) per antonomasia.
Le persone, in sostanza, capiscono sempre di piu' che le multinazionali non solo monopolizzano sempre di piu' i mercati ma impongono anche la loro bassa qualita', dunque si sta consolidando l'idea che si tratta solo di predatrici: del resto, a fronte di una produzione del 2% di occupazione globale, detengono i fili della meta' del commercio mondiale!
Vecchie imprese globali come Coca Cola, Shell e Unilever erano gestite come federazioni d'imprese nazionali, mentre oggi le nuove multinazionali sono piu' snelle e trasnazionali, e pretendono di essere piu' ricche e importanti delle stesse nazioni: la prova e' che spingono affinche' gli stessi governi stipulino con loro dei trattati che impedirebbero ogni presa di posizione nazionalista.
I vari TTIP, CETA e via dicendo nascono proprio dalla paura di perdere lo scettro.
Questo nuovo modello di multinazionale, rapace e sconsiderato, nasce dopo gli anni '90, quando si decide che la globalizzazione deve essere verticale - occorre cioe' spostare all'estero produzione e fornitura di materie prime - e orizzontale, ovvero vendere in nuovi mercati.
L'elezione di Trump nel 2016 segna la fine di quest'epoca: se c'e' un motivo per cui quest'uomo ha vinto, infatti, e' proprio la sua promessa di protezionismo, compresa la "sparata" di tassare del 45% le importazioni dalla Cina.
Insomma il cittadino "globale" ha capito che la dimensione nazionale e' quella che piu' si confa' ai suoi interessi, in quanto' tutto cio' che e' protezionistico e' utile per proteggere il lavoro e in generale il tenore di vita.
Prima e dopo Trump - parliamo sempre nel 2016 - si era gia' assistito a un calo degli investimenti delle multinazionali del 10-15%, e considerato che dal 2007 il volume d'affari delle stesse ristagna, si capisce come la volonta' dei cittadini configga ormai sempre piu' apertamente con questa visione del mondo.
Ma ci sono anche altre cause tecniche che allentano la morsa di questa piovra commerciale sulle nazioni: la loro organizzazione, fatta di filiere complesse, enormi spese e burocrazia a volte impossibile, e' ormai invisa perfino ai governanti.
Inoltre nella fabbrica del pianeta - in Cina - i salari sono aumentati e cosi' i diritti dei lavoratori, per non parlare della tecnologia oggi facilmente "trasmissibile" da una multinazionale a un'altra.
Ecco perche' stanno iniziando a crescere multinazionali... "nazionali", le quali - con la scusa del vero "made in" - cominciano a mettere in fuga gli operatori del cosiddetto cartello globale.
Nell'epoca di Trump, il congresso sta discutendo una serie di leggi che defiscalizzano le imprese che riportano la produzione in patria, mentre quelle che la spostano fuori dai confini vengono penalizzate.
Alcune imprese sono state letteralmente prese per il collo da Trump: il 3 gennaio la casa automobilistica Ford ha rinunciato a un nuovo impianto in Messico, e ha accettato di investire in patria.
Anche la Apple e' stata "invitata" a concentrare la sua produzione negli Stati Uniti.
Pochi sanno ma anche la Cina sta facendo la stessa cosa: il governo cinese, infatti, intende stimolare l'innovazione locale, in pratica vuole che una parte maggiore di produzione sia affidata a fornitori locali che venderanno poi all'interno del paese, generando ricchezza e occupazione interne.
Il punto nodale e' che i governi, spinti dai cittadini, insisteranno sempre di piu' affinche' le multinazionali conservino un'impronta nazionale: saranno le stesse tra qualche anno a porre un freno alla loro globalita', non solo per questioni di immagine (e quindi vendite) ma anche per una generale riduzione dei costi.
E' probabile che l'unico modello globale di azienda che resistera' in futuro sara' solo quello on line, anche se la sua "produzione" sara' concentrata prettamente in una nazione.
A conti fatti, dunque, i paesi la cui economia dipende solo dagli investimenti esteri soffriranno molto in futuro.
Il risultato finale sara' un capitalismo frammentato e provinciale, piu' accettabile agli occhi della attuale e futura opinione pubblica.

Fonte dati: Internazionale
Fonte immagini: Google.




...

Gabriele Sannino
Privacy
Sito web ottimizzato per IE 8 - Realizzato da Soluzione Programmata-